I social sono la piazza senza padrone dove chiunque può prendere la parola senza chiedere il permesso. È davvero così?
In parte si, basta guardare quanto sono cambiate la politica, l’informazione e la velocità delle stesse. Ma accesso alla parola non vuol dire né qualità del dibattito né, soprattutto, parità di potere tra chi parla e chi decide di farti parlare.
A me lo spazio è stato tolto con una motivazione generica e senza dirmi per quale contenuto ma torniamo un po’ indietro e proviamo a capire (insieme visto che non sono sicuro di nulla), cosa è successo.
Il 25 aprile di quest’anno sono stato taggato in un reel Facebook che celebrava la festa della Liberazione. Sostanzialmente una sequenza di video di vari amici che fra pugni chiusi, canti di lotta e altro, festeggiavano felici. Il giorno seguente ho ricevuto una segnalazione per aver pubblicato roba su “Organizzazioni e individui pericolosi” 😅 ma Meta non mi ha esplicitamente indicato quale post violasse il regolamento. Ipotizzo, non avendo avuto attività nei giorni precedenti, fosse proprio il reel in questione che nel frattempo era stato oscurato.
Immediatamente ho chiesto una revisione il cui risultato non mi è mai stato notificato e quindi il mio profilo è stato limitato e poi definitivamente chiuso in questi giorni.
Ora, l’articolo 17 del Digital Services Act dice che quando una piattaforma sospende un account perché considera i contenuti illegali o contrari ai suoi termini d’uso deve dare al titolare una motivazione chiara e specifica. Potrei fare ricorso, ma quanti lo farebbero per un profilo normale? Tempo, costi (?) per uno strumento che uso in modo non professionale.
Il concetto che esprimo è più generico. I social non sono una democrazia compiuta, sono una potentissima infrastruttura comunicativa che dipende da privati che stanno esercitando su di noi potere di veto, stanno decidendo per noi tramite gli algoritmi che tipo di mondo e di pensiero dobbiamo avere. Sono le stesse potenze che, più degli Stati sovrani, riescono a orientare il voto, l’opinione pubblica e a ricattare governi.
Sia chiaro, io non sono nessuno e non credo che Meta mi abbia censurato (non sanno nemmeno chi sono), però fra un culo, un gattino nazista, due o tre gruppi che inneggiano alla violenza, qualcuno che usa facebook per calunniare e offendere, il fatto che mi venga chiuso un profilo “normale” in cui esprimevo pensieri in linea con le regole del vivere civile mi sembra allucinante.
Sono tornato quindi al blog, che è “casa mia”, senza algoritmo e anche senza commenti. Per scelta. Perché se c’è un altro aspetto che odio della nuova democrazia digitale è questo obbligo del commento. Sono cresciuto in un mondo in cui si leggeva una notizia, una opinione, la si poteva confrontare con le altre ma non ci sognavamo di dover replicare a tutto, anche a ciò di cui non avevamo cognizione se dovevamo insultare gli autori lo facevamo nel silenzio della nostra mente
Alla fine la questione non è il mio profilo, che è un dettaglio, ma la falsa libertà che ci viene propinata da chi decide dove si parla e con quali regole. Finché la piazza sarà di proprietà privata, il diritto a una spiegazione resterà una cortesia che qualcuno può concederci o negarci
