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La violenza è nel Dna del capitale

9–13 minuti

Cronaca di un sistema che funziona benissimo e fagocita tutto

Le piazze

Venerdì 16 ottobre gli studenti sono scesi in piazza in tutta Italia (400.000, dicono gli organizzatori), il giorno dopo i cortei contro il carovita sono finiti in scontri a Milano, Torino e Bologna, e ora si aspettano gli scioperi generali del 30 ottobre e del 20 novembre. Da settimane l’Europa è una polveriera. In Francia dal 21 settembre i licei sono bloccati contro classi sovraffollate e insegnanti che mancano, e sabato 17 ottobre sono scese in piazza contro il carovita mezzo milione di persone (550.000 per il ministero dell’Interno, 800.000 per i sindacati), tra scontri, saccheggi e incendi a Parigi, Lione e Marsiglia. In Albania dal 13 ottobre gli studenti chiedono a Tirana le dimissioni del premier, tra scontri e centinaia di feriti. A Madrid c’è un’accampata contro il caro affitti e gli insegnanti scioperano a oltranza, a Lisbona e Porto si protesta contro il prezzo delle case, a Bruxelles e Liegi gli studenti si scontrano con la polizia, ad Atene si manifesta per le scuole e gli alloggi universitari e in Serbia il movimento nato dal crollo della pensilina di Novi Sad si presenta alle elezioni del 25 ottobre.

In Francia è colpa dei casseurs e dell’ultrasinistra, in Italia dei maranza al Nord e, si insinua addirittura, delle organizzazioni mafiose al Sud, in Albania dell’opposizione, di Mosca e di Teheran. Ognuno ha il suo utile colpevole.

La verità è che il malessere che monta è di tutti noi, pedine di un sistema economico che ci ha spremuti e continua a farlo. Provano solo a infilarci a forza in categorie per alimentare la guerra tra poveri.

Il mondo

La rabbia che monta ha una geografia larga. Nel 2025 i miliardari nel mondo hanno superato quota 3.000 e i loro patrimoni sono cresciuti dell’81% rispetto al 2020. Dodici persone possiedono più della metà più povera dell’umanità, più di quattro miliardi di esseri umani. Intanto, per l’Organizzazione internazionale del lavoro, la quota di reddito mondiale che va a chi lavora scende da vent’anni e nel solo 2024 vale 2.400 miliardi di dollari in meno nelle tasche di chi lavora.

Ci raccontiamo che il capitalismo è in crisi, che è fallito. Magari. No, non è fallito, funziona benissimo per pochi, come da regole non scritte. David Harvey, nelle Cronache anticapitaliste (The Anti-Capitalist Chronicles, nate come podcast), descrive il nostro tempo come un cammino sul filo di una lama. I sistemi che ci fanno vivere, produrre e distribuire sembrano troppo grandi per fallire e intanto si sgretolano sotto il peso delle loro stesse contraddizioni, ipotecando il futuro. Nancy Fraser definisce il capitalismo cannibale, un sistema che si nutre di ciò da cui dipende: il lavoro, la cura, la natura, la democrazia e quando ne ha consumato abbastanza passa a quello dopo.

E quando la ricchezza compra anche la politica e il racconto? Sopra di noi ci sono banche, assicurazioni e fondi che gestiscono i nostri risparmi e decidono dove vanno i capitali (tre società di gestione, BlackRock, Vanguard e State Street, sono il primo azionista di circa nove aziende su dieci dell’indice S&P 500), e ci sono le multinazionali. Per Oxfam i ricavi delle cinque più grandi aziende del mondo superano il Pil di decine di nazioni, e Meta da sola nel 2025 ha fatturato 201 miliardi di dollari. “Eh, ma portano benessere e lavoro”. No! i loro profitti non hanno sede fissa, vengono spostati dove si paga meno e secondo il Tax Justice Network le sole multinazionali con sede negli Stati Uniti hanno fatto perdere ai Paesi 495 miliardi di dollari di tasse in sei anni. In cambio promettono lavoro, ma negli Stati Uniti, dopo lo sconto fiscale del 2017, i posti di lavoro non sono tornati. Intanto fanno sentire la propria voce tramite algoritmo perché il settore digitale spende 151 milioni di euro l’anno in lobbying a Bruxelles e Meta, con 10 milioni, è la prima di tutte le aziende di tutti i settori.

Un metastato, qualcosa a metà strada tra uno Stato e un’azienda, non si vota, non si può mandare a casa ma incide pesantemente sulle regole del gioco.

“Non serve la violenza, serve istruzione e consapevolezza” direbbero in un caldo studio Rai, quelli vestiti di buonsenso (e anche di abiti griffati). Bene, nel mondo 273 milioni di bambini e ragazzi sono fuori dall’istruzione, uno su sei, e per l’Unesco il numero cresce da sette anni, anche perché i bilanci dell’istruzione si restringono e gli aiuti calano del 24% rispetto al 2023. Mancano 44 milioni di insegnanti per garantire a tutti l’istruzione entro il 2030, 15 milioni nell’Africa subsahariana. Ma non è un problema solo di quei paesi. In Europa e Nord America ne servono 4,8 milioni, e più di nove su dieci non servono per nuove classi ma per sostituire chi lascia la professione. Nell’Unione europea la carenza di docenti riguarda 24 paesi su 27, quattro insegnanti su dieci hanno almeno 50 anni e appena l’8% ne ha meno di 30. Gli studenti scesi in piazza in Francia, in Italia, in Belgio e in Albania dicono, ognuno a modo suo, la stessa cosa, che per il loro futuro servono più risorse.

Come risponde l’Europa a tutto questo? Con le armi. La spesa per la difesa dell’Unione è passata da 218 miliardi di euro nel 2021 a una previsione di 454 nel 2026, il piano ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030, mobilita fino a 800 miliardi e il vertice NATO dell’Aia ha fissato per il 2035 un obiettivo del 5% del Pil per difesa e sicurezza, di cui il 3,5% per le spese militari in senso stretto.

E l’Italia? L’Italia segue, a ruota. Nel 2026 spende un record in euro, circa 34 miliardi secondo l’Osservatorio Milex, il 2% del Pil nei conti dichiarati alla NATO e la vera salita è programmata dopo, fino al 3,5% nel 2035, che è più di quanto oggi spende per tutta la scuola, dalle elementari alle superiori (il 2,7% del Pil).

Intanto ogni giorno, mentre tiriamo a sopravvivere tra bollette e affitti, ci arriva la guerra, quella in Ucraina, che colpisce ma il racconto che ci passa davanti è quasi solo quello e anche raccontato male. Perché dietro le vittime vere, quello che c’è davvero in gioco sono territori, risorse e rotte strategiche. Esattamente il cibo utile al mostro Capitalista che fagocita tutto.

Gli studenti cantano “più aule, non più bombe”. A me non sembra solo una posizione sulla guerra ma un elenco di priorità. Forse il primo elenco onesto che sento da un bel po’ e che viene dai “giovani svogliati e disinteressati” che tanto i governi disprezzano.

L’Italia

In Italia questo cannibalismo ha una faccia più domestica. Dopo l’inflazione del 2022 gli stipendi non hanno più recuperato. Per l’OCSE il potere d’acquisto dei salari è ancora il 6,1% sotto quello del 2021, il peggior risultato tra le grandi economie, praticamente venti giorni di lavoro gratis all’anno. Gli occupati sono ai massimi storici e i salari no, quindi si lavora di più per avere meno. La sanità pubblica vale il 6,2% del Pil, l’ultima del G7 per spesa per abitante, e nel 2024 una persona su dieci ha rinunciato a una visita o a un esame medico.

Chi coltiva la terra. Da quando è cominciata la guerra contro l’Iran il gasolio agricolo è passato da 0,85 a 1,62 euro al litro, quasi il doppio, mentre i prezzi pagati ai produttori calano. Quando il margine si stringe da una parte e dall’altra, il conto lo paga chi sta in fondo alla filiera (il cetriolo e l’ortolano, per restare in tema). A questo si aggiunge un secondo dato, il più terribile, storicizzato, il caporalato. Solo in Calabria, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, il 69,5% delle aziende ispezionate nel 2025 impiegava manodopera in nero, e in Italia si stimano 430.000 lavoratori coinvolti nel caporalato e nello sfruttamento, 230.000 in condizioni gravi. In casi documentati si lavora dieci ore per meno di tre euro l’ora. Il caporalato è anche il modo in cui un sistema scarica le sue perdite sull’ultimo anello.

Chi guida i camion. Dalla stessa guerra e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, arriva il caro gasolio: da 1,72 a più di 2,25 euro al litro, oltre il 31% in più, con quasi metà del prezzo fatta di accise e Iva. Per i piccoli trasportatori il carburante pesa ormai il 35-40% dei costi, e dal 16 ottobre al Sud si sono fermati. È la geopolitica del capitalismo che arriva direttamente alla pompa.

Gli impiegati. Il ceto medio della busta paga è quello che non può nascondersi. L’imposta gli viene trattenuta alla fonte e per i dipendenti l’evasione è residuale, intorno al 2%. Per l’OCSE, su un lavoratore single con stipendio medio, il peso di imposte e contributi (compresi quelli a carico dell’azienda) è il 45,8% del costo del lavoro, contro il 35,1% della media dei Paesi ricchi. E chi dichiara tra 35.000 e 70.000 euro, meno di un contribuente su cinque, versa quasi un terzo dell’Irpef. Intanto l’evasione fiscale e contributiva in Italia vale 112,8 miliardi di euro l’anno e cerchiamo quotidianamente un immigrato a cui dare la colpa.

I professori. Per chi insegna, la precarietà è una regola di vita. Ogni anno chi è nelle graduatorie deve compilare fino a 150 preferenze tra scuole, comuni e distretti, aspettare un algoritmo e accettare quello che esce, perché rifiutare una supplenza vuol dire perdere le altre per l’intero anno. Le nomine annuali sono quasi 190.000 e il 42% è al Nord, quindi molti docenti del Sud scelgono province del Centro Nord, girano l’Italia a inseguire un punteggio. E anche quando non lavorano pagano qualche corso professionale a pagamento che gli dia punteggio. Una costante raccolta punti. Mi ricorda, nello spirito, le piazze dove si veniva scelti a giornata: non è la stessa cosa, ma è lo stesso modo di trattare chi lavora, come una disponibilità da assegnare.

Le partite IVA individuali. Eccomi. Le piccole partite IVA che non sono aziende ma persone che lavorano da sole. Due milioni di autonomi sono ormai nel regime forfettario e tra i lavoratori indipendenti il 17% è a rischio povertà da lavoro, il doppio dei dipendenti. Chi lavora da solo è tutto insieme, il tecnico, il commerciale, l’amministrativo e quello che rincorre i pagamenti e ogni mese ricomincia da zero, senza sapere quanto entrerà. I clienti pagano tardi e in Calabria più che altrove: solo il 42% delle aziende italiane salda alla scadenza e la Calabria è la regione dove si aspetta di più (76 giorni in media, secondo Cribis). Intanto le scadenze non aspettano.

Il primo anno sembra gratis, il secondo arrivano insieme il saldo del primo e l’acconto del secondo, imposte e contributi, anche se nel frattempo il lavoro è calato. Nel forfettario le spese non si deducono e l’imposta si calcola su una quota del fatturato anche quando i costi superano gli incassi, nel regime ordinario si paga sul reddito netto ma arrivano l’IVA e una contabilità che per una persona sola ha un costo. Una tragedia. Chi è iscritto a una cassa privata paga contributi minimi anche con redditi bassi, salvo deroga e se il lavoro si ferma non c’è alcuna rete, perché l’ISCRO esiste solo per la Gestione separata INPS.

Quelli che non si fermano

E poi ci siamo noi, gli over 40. Giovani fino a 50 anni ma solo perché impossibilitati a comprare case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale (cit.). In Italia si lascia la casa dei genitori a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea, e in trent’anni la quota di famiglie con un capofamiglia sotto i 36 anni è crollata dal 16 al 6 per cento. Siamo quelli che hanno cominciato quando si diceva che col tempo sarebbe arrivato il resto e il resto lo stiamo ancora aspettando. Abbiamo studiato, fatto la gavetta, overperformiamo in ogni stagione e ci ritroviamo al punto di partenza, o poco più avanti, sempre più stanchi.

Siamo la generazione del “ai miei tempi lavoravo gratis, siete voi che non avete voglia”. Siamo arrivati oltre i quarant’anni con questa pressione sociale addosso e ci hanno fatto credere di non aver lavorato abbastanza o abbastanza bene. Ci hanno detto che è colpa nostra. Non lo è.

E allora oggi siamo ancora giovani ma non è vero. Dobbiamo però tirare avanti e abbiamo soprattutto l’obbligo morale di dirlo ai veri giovani: non siete sbagliati, siete dentro un sistema che vi vuole carne da macello e le cose vanno cambiate, con tutti gli strumenti che abbiamo.

Condanniamo la violenza? Sì, ma quale? Quella dei sassi e delle bombe carta, che ferisce poliziotti (lavoratori) e ragazzi e regala al potere l’alibi perfetto o quella che subiamo ogni giorno, che ti mette ai margini fra affitti impossibili, contratti a termine, disoccupazione e un fisco che non perdona.

Se ne condanniamo una sola, non stiamo condannando la violenza, stiamo condannando la disperazione che non trova una valvola di sfogo.


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