Abbiamo scoperto che non è servito a nulla cambiare sindaco, perché l’acqua non ha letto i risultati elettorali. Il 3 luglio poco più di un’ora di pioggia ha riempito il sottopasso di San Leo, la strada davanti al Cedir e il lungomare di Catona, e ha allagato i piani terra del Centro direzionale, compresi Tribunale, Procura e Comune (almeno lì la legge è uguale per tutti, acqua compresa). Il 15 settembre è toccato al centro, nella serata conclusiva della Festa di Madonna, con il concerto bloccato dal nubifragio, e il 19 ha diluviato di nuovo. Puntuale come l’acqua è tornata anche la frase, con il solito coro sui social:
«Pulite i tombini, perché una volta pioveva uguale e non succedeva niente.»
Non è proprio così. I report dell’Arpacal registrano in Calabria temperature in aumento e giorni piovosi in diminuzione, e il ricercatore del Cnr di Rende Tommaso Caloiero, che studia le serie storiche di pioggia dai primi anni del Novecento, spiega che l’acqua che prima cadeva in più giorni oggi si concentra in periodi più brevi, quindi con più intensità. La stessa Arpacal ha fotografato un 2025 siccitoso seguito da un primo trimestre 2026 che aveva già superato i valori medi annui di pioggia, cioè un clima che oscilla invece di assestarsi. Dietro c’è fisica elementare, perché un’atmosfera più calda trattiene più vapore e lo restituisce in blocchi più compatti. Sì, è cambiamento climatico e nessuna grata lo risolve.
A questo si somma il suolo. Decenni di asfalto hanno tolto alla città la capacità di assorbire, e il disegno stesso della città non aiuta. La griglia ortogonale, che chiamiamo Piano De Nava ma che il Comune stesso fa risalire al Piano Mori del 1785 (il De Nava, nel 1911, la riprese), è nata dopo i terremoti e avrebbe dovuto risolvere quindi altri problemi. Di fatto con le strade che dalla collina scendono a valle, è riuscita a canalizzare le acque meglio di qualsiasi progetto di ingegneria idraulica.
C’è poi un altra evidenza: anche le strade in piano si allagano e chi guarda con attenzione vede l’acqua zampillare dal sottosuolo, non ristagnare per un tombino intasato. Vuol dire che il problema non sta solo in superficie ma nella rete sotto i nostri piedi che, a Reggio come in buona parte delle città italiane, è probabilmente ancora in gran parte mista (sulla rete reggina non ho trovato dati pubblici, mentre due gestori che li pubblicano dichiarano una rete mista intorno al 60 e all’88 per cento). Le reti si dimensionano per piogge con tempi di ritorno di pochi anni, non per il nubifragio che arriva e termina in 10 minuti, quindi quando l’evento è intenso il tubo riceve fogna e pioggia insieme, va in pressione e l’acqua esce dal primo pozzetto disponibile.
Di chi è la colpa? Non di chi c’era prima e non di chi c’è adesso, è la stessa domanda sbagliata riproposta ogni volta.
La domanda giusta è se il Comune, chiunque lo guidi, è disposto a imporre un’invarianza idraulica vera, a separare le reti dove si può e a progettare la città per l’acqua che arriva adesso. Serve adattarsi, oltre che ridurre le cause del cambiamento. Non basta pulire i tombini e non serve scavare tutta la città per allargare i tubi. Serve ridurre quello che arriva alla rete nei momenti di picco.
Come si fa lo dicono già le regole di altre Regioni. In Italia non esiste una norma statale unica sull’invarianza idraulica e ogni Regione si regola per conto suo. La Lombardia, per esempio, con un regolamento regionale del 2017 (il numero 7, poi più volte aggiornato) la impone su tutto il territorio, dimensiona vasche di laminazione e opere di infiltrazione con un tempo di ritorno di 50 anni, esige che i progetti contengano uno studio di invarianza e obbliga i Comuni a redigere uno studio del rischio idraulico e ad adeguare i propri strumenti urbanistici. Per la Calabria una norma equivalente io non l’ho trovata, e se esiste sarebbe il momento di raccontarla.
E c’è chi il problema l’ha trasformato in una piazza. A Rotterdam la Benthemplein, progettata dallo studio De Urbanisten e inaugurata il 4 dicembre 2013, è stata la prima piazza d’acqua a scala reale al mondo. Ha tre vasche, le due più basse raccolgono la pioggia dell’intorno anche quando piove poco, la terza, più profonda, riceve acqua solo quando continua a piovere sul serio, e in tutto la piazza può trattenere circa 1,7 milioni di litri. Quando è asciutta la vasca profonda è un campo da basket, da calcio e da pallavolo con i gradoni per guardare. Quando piove è un serbatoio, alimentato da canali di acciaio inossidabile e da due elementi con nomi che sembrano usciti da un catalogo di design e invece lavorano sul serio, il rain well, che porta nel canale l’acqua del tetto vicino, e il water wall, che porta nella vasca profonda quella che viene da più lontano. Poi l’acqua viene rilasciata gradualmente, nel terreno e nei canali, quando la rete torna in grado di riceverla. A Rotterdam la vasca di accumulo è un campo da basket progettato apposta. Da noi lo fa già il sottopasso di San Leo, solo che non l’ha progettato nessuno e al posto dei canestri ci passano le auto.

La Benthemplein dall’alto, con le vasche e il campo da gioco

Gli schemi mostrano il funzionamento del rain well e del water wall. Il canale di acciaio inossidabile trasporta l’acqua verso le vasche (© De Urbanisten).
A Reggio la stessa logica si tradurebbe in vasche di laminazione a monte, in piazze e superfici che trattengono l’acqua prima che trovi un tombino, in verde e materiali permeabili al posto dell’asfalto dove si può, nella separazione delle acque bianche dalla fognatura mista dove possibile, e in interruzioni orizzontali sulle vie in forte pendenza, perché una strada in discesa è un canale finché qualcuno non gli mette davanti un ostacolo. Il regolamento lombardo, tra l’altro, preferisce dove possibile soluzioni naturali come avvallamenti e depressioni del terreno, e quelle che servono a più usi insieme.
La richiesta è concreta. Un progetto pilota, una piazza e un sottopasso, con un anno di dati pubblici su quanta acqua trattengono e quante volte si allagano ancora e una regola scritta nero su bianco nel regolamento edilizio e negli strumenti urbanistici, che l’invarianza idraulica diventi un obbligo e non una buona intenzione. Se serve, si chieda alla Regione di darcela, come ha fatto la Lombardia.
Continuare a incolpare solo la manutenzione delle grate, o il sindaco di turno, è il modo più comodo per tornare a piangere qui sui social ogni due mesi.
